PFAS Tribunale di Vicenza PFAS E VIGILI DEL FUOCO
I PFAS, acronimo inglese di “perfluorinated alkylated substances”, ovvero sostanze perfluoroalchiliche, sono da tempo sotto i riflettori per diversi studi che ne provano l’impatto sulla salute.
L’esposizione a queste sostanze può avvenire sia in ambito lavorativo sia nella popolazione generale. Operai dell’industria chimica, vigili del fuoco, operatori dell’aeronautica e addetti alle bonifiche sono tra le categorie più esposte: l’esposizione avviene soprattutto per via inalatoria, per contatto con la pelle o per ingestione accidentale di polveri.
Anche in ambito sanitario i materiali monouso resistenti ai fluidi possono contenere PFAS, contribuendo all’esposizione indiretta.
Gli PFAS vengono utilizzati in diversi materiali. Il più noto è forse il “Teflon”, nome commerciale di “politetrafluoroetilente” (PTFE), appartenente alla classe dei “perfluorocarburi” (PFC) e alla famiglia delle sostanze “perfluoroalchiliche” (PFAS). Il “Teflon” si caratterizza per inerzia chimica, idrorepellenza, oleorepellenza, stabilità termica, scorrevolezza superficiale e antiaderenza.
Tuttavia, tra le altre applicazioni del “Teflon” quella più conosciuta è il “Gore-Tex” ovvero uno strato di PTFE microporoso che genera una membrana tecnologica impermeabile, antivento e traspirabile e che viene utilizzato per la produzione di tessuti tecnici (giacche, vestiti e scarpe, soprattutto negli sport ad alta quota), guarnizioni e/o isolanti in elettronica e ricostruzione di componenti anatomiche (vasi sanguigni, diaframma, pericardio, ecc.) in chirurgia.
Altro materiale fortemente noto per il contenuto di PFAS sono le “schiume antincendio”, in particolare le “schiume acquose filmogene” (AFFF) utilizzate per incendi di liquidi infiammabili (benzina o carburanti). Il concentrato di AFFF, contenente PFAS, miscelato con l’acqua forma un sottile film acquoso che si espande sulla superficie del liquido infiammabile e isola il combustibile dall’aria bloccando, in tal modo, la propagazione del fuoco e la formazione i vapori; inoltre, l’acqua rilasciata dalla schiuma aiuta a raffreddare il liquido infiammabile e a prevenirne la riaccensione.
L’assorbimento degli PFAS nell’organismo umano avviene prevalentemente attraverso due vie di esposizione l’inalazione di aria inquinata o l’ingestione di acqua e alimenti contaminati; di minore rilevanza è invece il contatto con superfici, suoli e acque contaminate. La distribuzione degli PFAS avviene tramite il torrente ematico legati a proteine plasmatiche, in particolare tramite l’albumina. Tale legame è reso possibile da interazioni ioniche e idrofobiche tra gli PFAS e l’albumina con una conseguente alterazione strutturale tridimensionale di quest’ultima. Il metabolismo degli PFAS è scarso in quanto la stabilità del legame carbonio-fluoro li rende resistenti a trasformazioni metaboliche e ad estesa degradazione. Infatti, gli PFAS non vanno incontro a metabolismo in specie reattive. Gli organi bersaglio sono rappresentati principalmente da rene, fegato, encefalo, polmoni ed ossa.
In ambito lavorativo i completi antifiamma in adozione ai Vigili contengono Teflon e alcuni tipi di Pfas, sostanze che causano, come confermato dalla scienza, specifici tumori, come il cancro ai testicoli o alla prostata, il mesotelioma e il linfoma non Hodgkin.
Le sostanze che ricoprono le divise usate in servizio, anche a causa dell’elevato calore prodotto dagli incendi, entrano in contatto con la pelle provocandone l’assorbimento.
Già nel 2023 lo Iarc ha classificato l’esposizione professionale dei vigili del fuoco come cancerogena. Il rischio non è legato a una singola sostanza, ma a una serie di inquinanti con cui entrano in contatto durante gli interventi antincendio. Oltre ai Pfas, inalano o assorbono per via cutanea diversi composti tossici, tra cui: idrocarburi policiclici aromatici, metalli pesanti, composti organici volatili, particolato fine, materiali da costruzione cancerogeni come l’amianto.
I vigili del fuoco sono esposti a sostanze chimiche cancerogene proprio negli indumenti e nell’equipaggiamento che dovrebbero proteggerli, un paradosso che deriva dagli standard stabiliti sotto l’influenza dell’industria.
Il cancro è già una delle principali cause di morte tra i vigili del fuoco, eppure gli standard per le uniformi resistenti all’acqua, note come uniformi di protezione, richiedono che contengano sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche (PFAS), una classe di sostanze chimiche altamente tossiche collegate a un’ampia gamma di problemi di salute anche a dosi molto basse.
Infatti, tutti gli equipaggiamenti da combattimento devono contenere sostanze chimiche, in quanto i tessuti devono essere in grado di resistere per 40 ore consecutive alla forte luce ultravioletta.
Nel giugno 2025 il Tribunale di Vicenza ha condannato 11 ex dirigenti della Miteni S.p.A. per disastro ambientale doloso e avvelenamento delle acque, riconoscendo un danno di 141 anni totali di reclusione e cospicui risarcimenti per oltre 300 parti civili. Inoltre, a maggio 2025, il Tribunale del Lavoro di Vicenza ha riconosciuto per la prima volta in Italia un nesso di causalità tra esposizione ai PFAS e morte, condannando l’INAIL a risarcire gli eredi di un operaio Miteni deceduto a causa di un tumore.
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